Rispondere al telefono. O anche solo sentirlo squillare. Scuola, interrogazioni, esami. Parlare in pubblico. Commessi nei negozi che ti fanno domande. Guidare. Feste. Raduni di famiglia. Uscire con gli amici. Intrattenere una discussione. Stringere la mano. Baciare sulle guance. Okay, contatto fisico, in generale.
Visite mediche. Luoghi affollati, aule universitarie, metropolitane, concerti, locali. Ospedali. Conoscere gente nuova. Incontrare gente che già si conosce da anni. Vedere in giro qualcuno che conosci. Fare la spesa dove non ci sono le casse automatiche e dover parlare con una cassiera, anche se si limita ad un “arrivederci”.
Arrivare in anticipo. O in ritardo. O anche in orario. Camminare per strada, sentendo qualcuno che ride - ride di me? Forse cammino storta. Forse non so camminare. Forse sono grassa brutta ridicola imbranata incapace. Gli sguardi delle persone. Sicuramente sbaglierò a parlare. Farò una figuraccia. Tutti ricorderanno che ho sbagliato e ne rideranno per sempre. Black out - e se non mi ricordassi più quello che dovevo dire? Tanto l’esame non lo passi! Tutti se ne sono accorti, che sei malata. Anche quel tizio in metropolitana, gli è bastato un secondo, ti ha guardato e ha pensato: ecco, quella è pazza. E ha distolto lo sguardo.
Oggi fai più schifo del solito. Ma come sei riuscita ad uscire così, non ti vergogni? Con quelle occhiaie penseranno che ti droghi - ti droghi? Stai male? Sì no cioè è complicato non so bene spiegare direi che non è il caso sono solo stanca. Ma grazie dell’interessamento, ecco io ora dovrei proprio andare, a presto. A presto? Che dico? Vorrei non uscire di casa mai più e non essere obbligata ad aver rapporti umani. Cos’è peggio, sentirsi soli o essere schiacciati, frantumati, spezzati, uccisi da… questo?
“C'era quel ragazzo bellissimo.. di quelli che hanno una bellezza tutta loro, fuori dal comune: non aveva un fisico scolpito, gli occhi azzurri ed i ricciolini come i principi azzurri. No, lui non era così.
Era magro, così tanto che quando lo stringevi tra le braccia avevi paura di spezzare quella fragilità ed innocenza.
I suoi occhi, cavolo, non li scorderò mai. Erano neri, neri come la notte più buia. Ed erano tristi, oh, se lo erano, ma all'epoca vedevo solo quello che lui voleva. Il suo sguardo era magnetico, così profondo che potevi perderti (e quante volte era successo di rimanere incantata a guardarlo da lontano).
I suoi capelli erano mossi e castano scuro, ma non troppo, avevano qualche ciocca leggermente più chiara a causa del sole estivo. Erano così morbidi.. ogni volta dovevo affondarci le mani, se no non ero contenta.
Quel ragazzo lo conobbi una mattina, in autobus, come accade nelle più classiche storie d'amore.
Ma no, la nostra storia non parlerà di questo, di noi (se mai ci fu).
Ma di lui.
Dicevo, lo conobbi in ‘bus, nei penultimi posti in fondo, erano le 6.37 di mattina quando salì e lo vidi, la prima volta.
La prima cosa che pensai: era bellissimo.
Lo era davvero, vestito con un paio di jeans troppo larghi ed una maglietta troppo stretta, entrambi tinti di colori morti, nonostante fosse primavera inoltrata. Aveva le cuffie nelle orecchie e batteva le mani a ritmo (o almeno credevo), il suo sguardo era rivolto fuori dal finestrino, ma quando mi incamminai e rovinosamente inciampai a terra, a quel punto mi diede una veloce occhiata, per poi tornare come prima.
Solo in seguito mi disse che lo aveva fatto per trattenersi dal ridere e non mettermi in un ulteriore imbarazzo. Una vecchietta qualche posto più avanti di me, mi chiese se stavo bene, risposi con un cenno ed un ringraziamento, per poi alzarmi dopo qualche secondo che era già ripartito l'autobus.
Decisi di sedermi proprio dietro quel ragazzo, sentii la musica ed era classica: semplici sinfonie al pianoforte.
Ero talmente vicina da sentire il suo profum-.. no, aspettate, lui non portava profumo (né aveva altri odori particolari, se ve lo state chiedendo), no, lui era semplicemente.. lui.
La mattina dopo non c'era, e così per 8 giorni.
Quando tornò quella mattina e lo rividi, mi mancò il respiro. Non perché aveva un livido sullo zigomo sinistro e uno spacco sul labbro inferiore, ma perché mi resi conto che anche ridotto in quello stato, era bellissimo come la prima volta.
Decisi di mettermi dietro di lui di nuovo, sta volta non aveva le cuffiette, ma stava leggendo un libro. Non seppi mai che libro era.
Questa volta indossava una maglietta fina a maniche lunghe; mi chiesi come mai, visto che faceva caldo ed era quasi arrivato maggio. Non glielo chiesi mai, lo capì nei giorni seguenti.
Quando il decimo giorno entrai, tirai un sospiro di sollievo: avevo passato tutta la giornata precedente con l'angoscia che non l'avrei rivisto e mi ero ripromessa di aver coraggio e sedermi accanto a lui.
Non gli avrei parlato, quella mattina.
Gli andai vicino e timidamente gli dissi “Posso..?” Indicando il posto libero. Lui senza guardarmi, annuì. Dubito che mi avesse anche sentita: portava una cuffietta dalla mia parte, mentre l'altra no. Stava ripassando qualche materia. Fermai la mia curiosità, prima di farmi beccare mentre mi facevo gli affari suoi.
La mattina seguente, mi rimisi di nuovo lì, sempre chiedendoglielo. Questa volte lui mi guardò, poi notò l'autobus rigorosamente mezzo vuoto e mi riguardò: occhi negli occhi. Non mi diede una risposta, che io interpretai per un no, feci in tempo a rimettere dritta la schiena per andarmene, che sentì la sua voce bassa mentre mi diceva “Sì”.
Nemmeno quella mattina gli parlai, intimorita dal fatto che avesse sempre le cuffiette o qualcosa dal genere, quindi non avrei voluto disturbare.
Tutte le mattine, però, ci eravamo presi l'abitudine di sedere vicini, un po’ imbarazzati, un po’ indifferenti, ad ascoltarci i silenzi a vicenda.
Il 17 Maggio si ripresentarono alcuni lividi. Questa volta aveva le nocche sbucciate, un occhio leggermente arrossato e un'aria di sofferenza. Non portava cuffie, né faceva altro.
Quel giorno, si mise a guardarmi.
Sì, mi guardò, mi vide, mi lesse.
Quella mattina, ero io il suo libro da leggere, vedere e capire.
Dopo pochi minuti, mi misi anch'io ad osservarlo. Osservai i suoi capelli, la sua pelle chiara e le sue lentiggini marroncine/arancioni, i suoi occhi scuri e le sue mani grandi.
Mi parlò. Mi disse solo “Ciao”, poco prima di alzarsi e prepararsi per scendere alla sua solita fermata.
Lo guardai, a bocca mezza spalancata (probabilmente avevo un'aria scema). Poco prima di scendere l'ultimo scalino, si girò verso di me ed accennò un sorriso, per poi abbassare lo sguardo. La stessa cosa la feci io, ma sorrisi per davvero. Quel sorriso non me lo tolse nessuno fino alla mattina dopo, quando non lo vidi al suo solito posto.
Tornò la mattina dopo ancora. I lividi si erano schiariti un po’ e si teneva il fianco con la mano. Non gli chiesi niente, ma gli sorrisi leggermente, guardandolo in viso: i capelli spettinati e le labbra di un rosso acceso. Mi sedetti. Lui aveva le cuffie, ed un libro. Dapprima chiuse il libro, poi si tolse le cuffiette mettendole nel colletto della maglia. Si girò con la schiena appoggiata al finestrino e mi osservò, come due giorni prima. Io di rimando lo guardai, poi lui mi disse “Perché?”. Io rimasi interdetta, lui notando il mio sguardo interrogativo mi chiarì, ripetendo “Perché ti siedi accanto a me?”. Io rimasi un attimo senza parole, poi gli dissi una mezza verità: “Mi sentivo sola. E tu eri qua, in compagnia della tua musica e dei tuoi libri. Se vuoi, non mi siedo più accanto a te.. intendo se possa darti fastidio” gesticolai parecchio.
Lui velocemente scosse la testa “No, no. Non mi dai affatto fastidio.. mi chiedevo solo perché.”
A quel punto sorrise. Sorrise davvero e dio se era meraviglioso. Ricambiai spontaneamente e ci presentammo. Parlammo poco, giusto l'età, la scuola e cose così.
Aveva 17 anni e frequentava il conservatorio, suonava il pianoforte, leggeva molti racconti (Shakespeare, Sparks) e poesie (Ungaretti, Sacco, Dante e Leopardi), adorava la musica classica come Beethoven, Chopin, Mozart. Ma gli piaceva anche molto il Rock, come Aerosmith, Queen, Peter Gabriel e Vasco Rossi.
Ogni giorno scoprivo qualcosa in più di lui e per un po’ non si ripresentarono i lividi. Ogni tanto spariva per qualche giorno e tornava un po’ malinconico, ma mai gli chiesi cosa aveva: non mi sembrava il luogo, il momento o il periodo giusto. Non sapevo nemmeno se ero io la persona giusta che doveva interessarsene.
Purtroppo per noi finì la scuola.
Non ci eravamo accorti che ormai era arrivata, ed eravamo così persi che l'ultimo giorno di scuola ci salutammo come tutte le mattine con un “a domani”.
Non lo vidi per tutta l'estate, neanche per caso.
Il primo giorno di scuola, ero eccitata all'idea di salire in ‘bus e vederlo lì, dove era sempre stato.
Ed infatti lo trovai, nei soliti posti, con le solite cuffiette e il solito sguardo. Notai subito quanto era dimagrito. Le guance erano leggermente infossate, i vestiti gli stavano più larghi di prima e la pelle era così bianca da far paura.
Sussurrai “Cosa ti è successo?”
Mi avvicinai a lui, lentamente, e mi sedetti. Lui senza guardarmi disse “Mi scusi, ma il posto è occupato”.
Ci rimasi male. Allora mi alzai e a bassa voce mi scusai. Allora lui velocemente alzò lo sguardo e disse il mio nome. Lo guardai e vidi che sorrideva. Sembrava così… vivo. Si era illuminato, i suoi occhi, il suo sorriso, sembrava che il cuore avesse ricominciato a battere come deve essere, se non più velocemente.
Allora sorrisi e mi rimisi seduta, prendendolo leggermente in giro per il fatto che mi avesse scambiata per un'altra.
Quella mattina ci scambiammo ogni contatto che avevamo, per impedire che succedesse di nuovo.
Mi scrisse quella stessa serata, scrivendo un semplice “Hey”. Ci raccontammo la giornata e ci dammo la buonanotte.
La mattina dopo era lì, parlammo e parlammo.
Poi un pomeriggio d'ottobre mi arrivò un messaggio. Io ero a casa con mia madre, lei in cucina ad iniziare a preparare la cena visto che c'era il polpettone ed io in camera mia a cercare di studiare, ma in testa avevo solo lui.
Quel messaggio diceva “hai un balcone?” gli chiesi perché e dissi di sì, in camera di mia madre. A quel punto mi disse “Potresti aprire quel balcone? Sai, fuori fa freddo” il cuore iniziò a battermi come non mai, velocemente calai giù dal letto: accatastai varie cianfrusaglie da qualche parte, poi misi bene coperte e peluche, mi sistemai i vestiti stropicciati e pettinai velocemente i capelli per sembrare presentabile. Andai in camera di mia madre in punta di piedi e quando aprì la stanza, lo vidi attraverso il vetro. Mi guardò, poi indicò la maniglia. Io risi leggermente e aprì. Appena entrò mi si fiondò addosso, abbracciandomi. Crollò.
Sì, letteralmente. Crollò sul pavimento, privo di sensi. Non sapevo cosa fare, ero in panico. Provai a tirarlo su, convinta di non farcela, ma quando ci provai rimasi sorpresa da quanto fosse leggero e mi vennerò le lacrime agli occhi: che diavolo aveva e mi teneva nascosto?
Lo misi sul letto, poi mi precipitai giù in cucina e misi su del tè caldo, sotto lo sguardo tranquillo di mia madre. Le chiesi di avvisarmi quando era pronto e salì di nuovo su. Quando tornai, lui era ancora come l'avevo lasciato. Gli accarezzai il viso e diedi un bacio a fior di labbra, prima di sentirlo muoversi sotto di me. Sorrisi imbarazzata e gli dissi di stare tranquillo, poi lo aiutai ad alzarsi e camminare fino alla mia stanza, a quel punto lo feci spogliare, andai in camera di mio fratello prendendogli un paio di pantaloni lunghi ed una felpa, per farlo stare caldo. Uscì dalla stanza, chiamata da mia madre e lo lasciai da solo per cambiarsi. Presi il té e dei biscotti al cioccolato, poi tornai su con una bustina di miele in più.
Bussai piano per non farmi sentire da mia madre, abbastanza forte per farmi sentire da lui. Aprì e notai quanto gli stavano grandi quelle cose, nonostante mio fratello avesse 2 anni di meno. Posai tutto sul comodino e gli dissi di bere e mangiare ogni cosa. Lui rifiutò più di una volta, fino a ché non mi arrabbia e lo costrinsi. Non volevo urlargli addosso né forzarlo, ma ero solo preoccupata per lui.
Mangiò controvoglia e soddisfatta lo abbracciai forte. Poi mi distesi accanto a lui sul letto, facendogli appoggiare la testa sul mio petto: il mio cuore batteva veloce. Dopo pochi minuti si addormentò.
Arrivata l'ora di cena mamma venne a chiamarmi. Allora lentamente mi alzai, sistemandogli la testa sul cuscino ed un plaid addosso, presi un fogliettino strappato e ci scrissi di non alzarsi, non fare rumore né altro e che gli avrei portato qualcosa da mangiare più tardi.
Quando tornai su, non c'era. O almeno, non era in quella stanza. Era in bagno, come lo scoprì? Beh, da mia madre che urlò “E tu chi cazzo sei?!” Vedendolo in corridoio. Appena uscì dalla stanza lo trovai pietrificato, sbiancato che la guardava un po’ terrorizzato, mia madre che gli urlava addosso. Intervenni io dicendo qualche cazzata sul perché era qua e come era entrato. Me la fece passare buona per quella volta, ma tutte le volte che facemmo questa cosa.. eh, non le sappiamo nemmemo noi!
Quella notte rimase a dormire da noi e il mattino dopo, che era domenica, tornò mio fratello con dei cornetti caldi per me e mamma. Io feci a metà con lui, e tutta la mattina la passammo insieme sul letto, le gambe intrecciate, e le teste appoggiate l'una all'altra a guardare un film romantico, tratto da uno dei suoi libri preferiti di Sparks: I passi dell'amore.
Scoprì un nuovo tratto di lui: la sensibilità. Si commosse, insieme a me.
La nostra amicizia andò avanti così, diventando sempre più forte.
Ma non era solo quella ad andare avanti in lui, perché c'erano tanti altri problemi, che io non riesco a spiegarmi ancora oggi, passati 10 anni senza di lui.
Una mattina lo andai a trovare nel suo appartamento. Avevamo 24 anni.
Lui.. lui non mi rispondeva al telefono dal giorno prima. Il campanello suonava a vuoto. Usai la chiave di riserva sopra una mensola, nascosta dalla finestra. Aprì.
Iniziai a chiamare il suo nome, sempre più spaventata.
Lo trovai nel letto, sembrava addormentato. Subito corsi all'interno della stanza, iniziai a scuoterlo, a chiamarlo, a bagnarlo con le mie lacrime salate. Sentì il cuore.
Non batteva.
Urlai, urlai talmente tanto e forte che la polizia venne a bussare alla mia porta, perché chiamata dai vicini. Non risposi io alla porta, non volevo lasciarlo andare, volevo stringerlo così forte come non ero mai riuscita a fare perché ormai ciò che si poteva spezzare, era già spezzato. Continuai a piangere mentre due uomini in divisa mi staccavano da lui. Urlai quando ci riuscirono. Tremavo. Sentivo il mio cuore chiedere pietà, urlare anche lui, cercare di uscire per sostituirsi al suo e farlo vivere ancora la vita che meritava come giusto che era.
Non gli dissi mai quanto lo amavo.
Non gli dissi mai quanto adoravo il suo battere le mani a tempo di canzone, il suo arrossire ad una battuta, la sua risata provocata da me, la luce negli occhi che vedevo quando mi guardava.
Non gli dissi niente di tutto questo, ma lui sì. Mi scrisse una lettera, che ritrovai in casa sua tre mesi dopo la morte.
Non avevo il coraggio di aprirla, e così oggi, a 10 anni dopo la sua morte, eccomi qua a leggere quella fottuta lettera e a piangere, piangere tutta l'anima.
Lui mi vuole forte e coraggiosa, ma dopo tutti questi anni non sono riuscita a far passare il dolore.
Come potrei fare, se non prendere la via che ha preso lui?
Ricordi? A domani mattina, mio grande amore.“


